sabato , 25 novembre 2017
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Il segreto di Anna

Ascoltare il proprio corpo, bilanciare sforzi e relax, essere felici di ciò che si ha. È il cocktail con cui la bellissima Principal dell’Het National Ballet si mantiene al top. A giudicare dai risultati, ovviamente, funziona. Ma dietro il glamour dell’étoile, Anna Tsygankova nasconde sensibilità e indole ottimista. Ce ne ha parlato, svelando qualche retroscena della sua vita professionale. Come quando, appena arrivata ad Amsterdam…

AMSTERDAM – Quando la incontro, al party dopo la prima di Giselle all’Opera Nazionale, Anna Tsygankova è fasciata in un tubino nero. Sul viso nessuna traccia di stanchezza: non sembra abbia finito di ballare uno dei ruoli più importanti del repertorio classico meno di un’ora fa. Lo spettacolo si è concluso con una standing ovation. L’elettricità degli applausi non si è spenta: l’entusiasmo con cui Anna mi racconta la sua Giselle è contagioso.
Due giorni dopo, quando ci rivediamo nel pomeriggio uggioso di Amsterdam, l’eco di quella Giselle trionfale è ancora nell’aria.

"Il Lago dei Cigni"
“Il Lago dei Cigni”

 

"Giselle"
“Giselle”

 

"Giselle"
“Giselle”

 

"La Dama delle Camelie"
“La Dama delle Camelie”

Giselle è uno dei ruoli che ha segnato la tua carriera, in qualche modo?
Aver avuto la possibilità di ballare così tanti balletti mitici è una benedizione. Mi considero una ballerina più classica, anche se lavorare in Occidente, dopo aver lasciato la Russia, ha aperto molto la mia mente al contemporaneo. Giselle è uno dei miei balletti preferiti, certo, da quando l’ho ballato in Russia dodici anni fa per la prima volta, sostituendo una ballerina infortunata. Avevo provato il ruolo in sei giorni, ma grazie alla mia formazione russa sapevo quasi tutto, avevo visto moltissime grandi danzare quel ruolo… si è trattato semplicemente di trasformare l’esperienza visiva in qualcosa di fisico. Quando Giselle è arrivato per la prima volta ad Amsterdam, nel 2009, la preparazione è stata davvero meticolosa: Rachel Beaujean e Ricardo Bustamante, che hanno rimontato il balletto per noi, non si sono limitati a farci provare, ma ci hanno parlato per ore del significato profondo della storia. La loro versione rispetta l’originale pur rendendolo più moderno: c’è più umanità e più verità nella nostra Giselle, qui all’Het Nationale Ballet. È una versione che mi fa sentire più libera di esprimermi, ha una struttura fantastica, tantissime sfumature di colore. Ogni volta che riprendo questo ruolo la mia idea del personaggio si evolve, cerco di esplorare il racconto sempre più in profondità.

In che modo?
Questa stagione percepisco in modo fortissimo la tematica della scelta e della libertà: Giselle, nel secondo atto, appare per la prima volta in quel cimitero fra gli altri spiriti. Non ha scelto di essere una di loro. Ma, grazie alla sua capacità di amare e di perdonare, libera sia Albrecht che se stessa: come ti dicevo dopo la première, non credo Giselle tornerà ancora in quel cimitero. La mia Giselle non è solo una ragazza giovane e naïve: nel primo atto la cosa più importante per me è ritrarre una persona che ha una straordinaria capacità di essere felice e di trasmettere felicità. Molti nella vita si chiedono cosa sia la felicità. E non tutti sono in grado di essere felici di quanto hanno. Ma ogni volta che giudichiamo e facciamo paragoni… credo rubiamo qualcosa a noi stessi: perché questo atteggiamento ci impedisce di essere felici di ciò che siamo e che abbiamo. Mentre ognuno di noi è unico e ha qualcosa di unico da dare.

Dopo gli studi hai lasciato la Russia per Budapest e poi per Amsterdam. Ti senti una sintesi fra la tecnica russa e una sensibilità più occidentale?
Andarmene mi ha cambiata. Lasciata la Russia, ho scoperto immediatamente uno stile meno teatrale che mi permetteva di esprimermi divesamente: un cambiamento drastico. Era come permettere al pubblico di vedere me stessa e i miei sentimenti senza filtri. Sul palco mostro me stessa senza aver paura di non essere abbastanza bella in certi momenti. Perché, in Giselle, la pazzia non è bella. La pazzia non ti permette di assumere pose graziose o di stendere i piedi mentre corri: ogni fibra del tuo corpo è tesa ad esprimere il dolore di un cuore spezzato, di una mente persa. Per poterlo fare devi sentirti sicura. E apprezzata… non solo dal tuo pubblico, ma anche dai tuoi colleghi, da tutto lo staff della tua compagnia, dal tuo direttore. Ad Amsterdam ho trovato un ambiente che mi dà sicurezza e mi rende felice. La mia forte formazione russa è una fortuna: la componente tecnica del mio lavoro non è un problema, e io posso lavorarci per esprimere qualcosa di più. Perché il balletto va oltre delle pirouette ben eseguite o dei salti alti. Ripenso a quando ho preparato la mia prima Giselle in Russia con la leggendaria Raisa Struchkova: abbiamo lavorato tantissimo sulla parte superiore del corpo, sulle braccia, che sono la firma di una ballerina. Ore
spese parlando di immagini e associazioni, andando oltre la semplice mimica. Sono felice dello stile russo delle mie braccia. In Europa, poi, ho iniziato a usare i miei piedi in modo diverso… e anche loro hanno iniziato a parlare. Ho scoperto che ogni muscolo del mio corpo può parlare. Non posso definirmi una tipica ballerina russa. Nemmeno una ballerina puramente occidentale. Ecco perché mi sento una sintesi fra stili diversi.

Com’è la vita di compagnia, qui all’Het Nationale Ballet?
Per noi Principal la giornata è strutturata in modo diverso rispetto al resto della compagnia. Per questo abbiamo meno possibilità di interagirvi o trascorrere tempo insieme. I membri del corpo di ballo trascorrono più tempo insieme e credo questo li renda più uniti. Avere un direttore come Ted Brandsen è una fortuna: ci ha sempre lasciato quella libertà artistica che è vitale per un danzatore. Anche per questo, per me, è una gioia ballare all’estero come ospite di compagnie diverse e rappresentare l’Het Nationale Ballet. Credo che la nostra compagnia sia strutturata in modo da permettere a tutti di dare il massimo. Viviamo un momento particolarmente felice, Ted è riuscito a portare ad Amsterdam grandi ballerini da tutto il mondo, i numeri ci permettono di mettere in scena qualsiasi produzione, l’alto livello attrae coreografi da tantissimi paesi che vengono a creare per noi. Il clima è positivo: il supporto reciproco prescinde livelli e qualifiche.

Siete una comunità chiusa?
La compagnia è molto internazionale. Non è come l’Opéra di Parigi, il Bolshoi, il Mariinsky, dove quasi tutti vengono dalla stessa scuola e si conoscono da anni. In queste compagnie si formano anche parecchie coppie. Qui invece non ne abbiamo molte. Certo, fra colleghi si esce, si celebrano feste di compleanno… come ovunque nel mondo, credo. Quando partiamo per una tournée è sempre bello avere tempo da trascorrere insieme. E mi dà sensazioni positive anche il rientro dopo l’estate, quando ritrovi tante facce familiari, magari qualche viso nuovo… in fondo, in ambito professionale la compagnia è la tua famiglia.

Il segreto della tua forma fisica?
È importantissimo bilanciare sforzi e riposo. Tutto inizia con il conoscere il proprio livello di energia. C’è chi non può lavorare senza mangiare qualcosa ogni tre o quattro ore. Io potrei vivere senza mangiare per giorni se necessario. Di norma faccio un pasto completo al giorno, la sera, perché non mi piace lavorare a stomaco pieno: un leggera sensazione di fame mi fa sentire bene, al lavoro, e acuisce la mia sensibilità. Con gli anni il balletto è diventato un’arte più mentale, meno fisica in senso stretto. La danza è parte della mia vita da venticinque anni, contando anche il periodo della scuola: ho imparato a rimanere calma, a non interferire con il corso naturale delle cose, a osservare, a coordinare fisico ed emozioni. Il nostro corpo parla, dobbiamo solo ascoltarlo.

Sei una perfezionista?
Bella domanda! Credo che il perfezionismo sia un pregio soprattutto negli anni della scuola, o durante le primissime stagioni in una compagnia. Con gli anni, però, deve evolversi: ti fa perdere flessibilità, altrimenti, e diventa una forma di ossessione. Immagina che uno show sia andato benissimo ad eccezione di un piccolo dettaglio. Un perfezionista scorderebbe l’intero spettacolo e si concentrerebbe su quell’unica imperfezione. E la cosa diventerebbe frustrante. Ho provato quella sensazione in passato, ma oggi sono molto diversa. Uno spettacolo di successo non vuol dire perfezione. Le necessità del fisico, poi, cambiano ogni giorno e vanno sempre assecondate in modo diverso. A volte non sento la necessità di scaldarmi con un’intera classe prima di uno spettacolo, perché so che mi stancherebbe. Altri giorni preferisco fare yoga anziché la sbarra. In altre occasioni preferisco essere sul palco due ore prima dello spettacolo, sola, a percepire la sua atmosfera. Non c’è routine nella mia ricerca della concentrazione giusta. La scorsa estate in Italia ho ballato all’aperto, la sera c’erano trenta gradi: non ci sono abituata, il corpo era pronto a ballare senza doversi riscaldare… una sensazione fantastica! Ad ogni modo, credo l’onestà sia più importante del perfezionismo: dare sempre il massimo, perché anche laddove non c’è perfezione ci siano verità e commozione.

Qualche grande ruolo di ha mai spaventata?
No. Ci sono ruoli più impegnativi di altri, ma trasmettono emozione, non paura. Quando si apre il sipario il palco diventa un luogo speciale: sono io che creo il confine fra chi è in scena, il pubblico e la musica. E ogni palco è diverso: alcuni ti abbracciano immediatamente, con altri entri in sintonia più lentamente. Lo scorso gennaio sono stata ospite del Royal Ballet a Londra per ballare Kitri nel Don Chisciotte di Carlos Acosta: un nuovo palco e poco tempo per imparare quella versione del balletto. Ma appena ho messo piede in scena ho saputo che il palco della Royal Opera House mi avrebbe supportato. È meraviglioso quando senti che il palcoscenico è tuo amico.

Che musica ti piace?
Sono nata in una famiglia di musicisti, dove tutti suonano il pianoforte. Sono cresciuta in Conservatorio e ascolto musica classica da sempre. Mia madre ha iniziato a darmi lezioni di piano quando avevo quattro anni. Mi spaventava, però, suonare davanti a un pubblico: una sensazione stranissima, che mi congelava le dita. Eppure, suonare mi piace sempre. Ho sempre avuto un pianoforte in tutte le case che ho cambiato. Adoro esprimermi attraverso la musica, suonando. Un grande regalo da parte dei miei genitori.

Lo stereotipo della ballerina dai costanti disordini alimentari fatica a morire, anche oggi…
Credo esista soprattutto uno stereotipo di come una ballerina deve apparire. Ricordo benissimo gli standard rigidi della scuola, in Russia: più eri magra, meglio era. Ma i problemi di peso sono soprattutto mentali. Le ragazzine devono gestire mille insicurezze, possono essere molto fragili, e più provano a essere magrissime meno ci riescono. Tutto questo crea conflitti, e i conflitti creano nevrosi, e la nevrosi crea depressione. E così via. Oggi il supporto che viene dato a chi studia danza è diverso, più salutare e più sano in general
e. Ogni corpo è diverso, una costituzione più robusta richiede giocoforza più disciplina per mantenersi in forma. Ma la cosa più importante è essere contenti del proprio fisico e sentirsi in armonia con lui: è il segreto per essere belli e mantenersi in salute.

La parte di te meno in luce, ma che sorprenderebbe molti?
Difficile rispondere… Ricordo che al mio arrivo qui all’Het Nationale Ballet molti pensavano fossi distaccata e molto fredda. È stata una sorpresa per loro scoprire che si sbagliavano. Non mi piace bere molto e frequentare party rumorosi, ma amo la conversazione e sono molto aperta a conoscere nuove persone. Sono lontana dallo stereotipo che creano film come Black Swan. Molti dei film sul balletto sono lontani anni luce dalla verità. Io sono semplicemente una persona che ha avuto la fortuna di capire molto presto cosa voleva fare nella vita.

Alessandro Bizzotto

 

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