sabato , 25 novembre 2017
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Maya Plisetskaya, la scomparsa del “cigno”

È trascorso quasi un anno da quel 2 maggio 2015 in cui morì a 89 anni Maya Plisetskaya, una fra le danzatrici più celebri di tutti i tempi e un’icona della danza russa nel mondo. A darne il triste annuncio alla Tass fu Vladimir Urin – direttore generale del Teatro Bolshoi – informato a sua volta da Rodion Shedrin, marito di Plisetskaya. L’étoile è stata colta da un attacco cardiaco mentre si trovava nella sua casa di Monaco, inutili i tentativi di rianimazione. Capelli rossi e fisico slanciato, con le doti di elevazione nei salti, di flessibilità della schiena e di eleganza nel portamento delle braccia, Plisetskaya è stata sul palco del Teatro Bolshoi dal 1943 al 1990.

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Maya Plissetskaya con Nikolai Fadeyechev durante le prove di “Carmen” al Royal Opera House; Londra, 22 luglio 1969. © Ph. Mike Lawn/Fox Photos/Getty Images
Maya Plisetskaya con Nikolai Fadeyechev durante le prove di “Carmen” al Royal Opera House; Londra, 22 luglio 1969. © Ph. Mike Lawn/Fox Photos/Getty Images
Maya Plisetskaya in Don Quixote, 1974.
Maya Plisetskaya in Don Quixote, 1974.
Maya Plisetskaya, 1962. © Ph. Richard Avedon
Maya Plisetskaya, 1962. © Ph. Richard Avedon
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Maya nacque il 20 novembre 1925 a Mosca, figlia di Rakhil Messerer, attrice di cinema muto e Mikhail Plisetsky, ingegnere specializzato in estrazioni minerarie. Una famiglia di artisti che ebbero vita difficile nell’Unione Sovietica di quegli anni per via delle loro origini ebraiche. Il padre fu arrestato nel 1937 e giustiziato l’anno seguente a causa delle sue simpatie verso le idee politiche rivoluzionarie di Trotsky, non tollerate durante il periodo di violenza del cosiddetto ‘Grande Terrore’ di Stalin. La famiglia seppe solo anni dopo della sua esecuzione. La madre fu portata in un campo di lavoro in quanto moglie di un ‘nemico del popolo’. La giovane Plisetskaya fu accolta dagli zii danzatori del Bolshoi – Asaf e Sulamif Messerer – ed entrò nel 1934 nella scuola di ballo del teatro riuscendo, a soli 11 anni, a salire sul palco nel balletto “La Bella Addormentata”. Nel 1941 sua madre tornò dall’esilio e decise di allontanarsi da Mosca con la figlia dopo le crescenti ostilità con la Germania (erroneamente convinta che anche la scuola si sarebbe trasferita). Poco dopo però, preoccupata di compromettere la sua carriera senza regolari allenamenti, Maya fece ritorno da sola a Mosca.

Nonostante le interruzioni del programma di studi, Plisetskaya si diplomò a pieni voti nel 1943 e, invece di essere assunta nel corpo di ballo, venne direttamente nominata solista. Tra i primi ruoli di spicco che interpretò ci sono la mazurca di “Chopiniana” (che ebbe l’onore di studiare con l’aiuto della celeberrima Agrippina Vaganova), il ruolo principale in “La Sylphide”, Clara ne “Lo Schiaccianoci”, Myrtha in “Giselle”. Il ruolo maggiormente associato a Plisetskaya è quello di Odette/Odile ne “Il Lago dei Cigni”, grazie alla straordinaria forza drammatica della sua interpretazione e alla modernità del suo stile di movimento.

Nuove difficoltà emersero nel percorso della danzatrice durante la prima tournée occidentale del Bolshoi poiché a Maya fu negato il permesso di uscire dall’Unione Sovietica per vari motivi tra i quali le sue origini ebraiche, una serie di file compromettenti in possesso del KGB su suo padre e il sospetto che la danzatrice potesse essere una spia per la Gran Bretagna. A Plisetskaya fu detto di non potersi allontanare per via delle continue recite alla presenza di figure politiche importanti per il regime, come ad esempio Stalin, Mao o Tito. Il clima divenne più disteso a seguito del matrimonio di Maya, nel 1958, con il compositore russo Rodion Shedrin, e di un approccio più morbido nei suoi confronti da parte di Nikita Krusciov, probabilmente interessato ad utilizzare le sue qualità artistiche al servizio dell’Unione Sovietica. Le fu così consentito di esibirsi a New York nel 1959 dove ebbe uno straordinario successo e ottenne numerosi riconoscimenti internazionali. Secondo le indiscrezioni dell’epoca, pare che Bob Kennedy sia stato uno dei suoi più grandi ammiratori e che il KGB abbia cercato di sfruttare a favore del regime questa amicizia, cercando di coinvolgere la danzatrice in una azione di spionaggio, saltata in seguito a causa dell’eccessiva presenza di agenti che la seguivano in tutti i suoi spostamenti fuori dal suolo dell’URSS.

Nonostante fosse osannata in occidente, Plisetskaya non disertò come invece fecero molti suoi celebri colleghi (ad esempio Rudolf Nureyev, Mikhail Baryshnikov o Natalia Makarova) e rimase in qualche modo fedele all’Unione Sovietica sopportando le pesanti costrizioni che le imposero. Le umiliazioni descritte dalla danzatrice nella sua autobiografia riguardano ad esempio la necessità di supplica per poter essere pagata, per essere autorizzata a viaggiare, per poter preparare nuovi lavori coreografici. Paradossale anche l’obbligo di esibirsi in onore della Ceka, il corpo di polizia sovietico che portò via i suoi genitori quando era bambina. Tuttavia la danzatrice (come fecero anche Vladimir Vasiliev e la moglie Ekaterina Maximova) cercò di migliorare la condizione degli artisti dall’interno, spingendo per un rinnovamento del repertorio e degli stili di danza proposti dal tradizionalista Bolshoi, teatro che odorava di polvere secondo la descrizione fatta da lei stessa. Nella sua battaglia si oppose all’impostazione accademica e schiava del regime del direttore e coreografo Yury Grigorovich per aprirsi alle innovazioni di artisti come Michel Fokine e George Balanchine.

Riuscendo a fronteggiare tutte tutte queste difficoltà, continuò la sua brillante carriera e, a seguito del pensionamento di Galina Ulanova nel 1960, Plisetskaya divenne prima ballerina assoluta del Bolshoi. Ebbe ben presto coreografie nuove e poco convenzionali con cui confrontarsi, come “Spartacus” di Leonid Yakobson o “Carmen Suite” del coreografo cubano Alberto Alonso. Quest’ultima produzione fu notevolmente criticata per lo stampo erotico del personaggio principale e fu addirittura vietata dal Ministero della Cultura ma, grazie alla mediazione della stessa Plisetskaya, venne riportata sulle scene e divenne ben presto uno dei suoi ruoli più celebri, presente ancora oggi nel repertorio del Bolshoi e rappresentata in tutto il mondo.

Diventata un personaggio di primo piano nella cultura sovietica, la danzatrice partecipò a quindici ruoli in film, tra produzioni per la televisione e riprese di balletti. Nel 1967 ebbe la parte di Knyagina Betsy nel film “Anna Karenina”. Riprese lo stesso tema pochi anni dopo creando lei stessa le coreografie per l’omonimo balletto, su musiche riarrangiate dal marito Schedrin. Questi compose per lei anche altri tre balletti: “Il cavallino gobbo” (1961), “Il gabbiano” (1980) e “La signora con il cane” (1985). Celebre non solo in Unione Sovietica ma ormai étoile a livello mondiale, Plisetskaya fu una musa sia per gli stilisti Yves Saint Laurent, Jean Paul Gaultier e Pierre Cardin, che crearono costumi appositamente per lei, sia per alcuni tra i nomi più importanti nella storia della coreografia, come i francesi Roland Petit e Maurice Béjart. Il primo creò per lei “La Rose Malade” (1973), un passo a due basato sul poema di Blake, portato in scena a Parigi. Béjart coreografò per lei “Isadora” (1976), per la prima volta sul palco a Monaco, e “Ave Maya”, portata in scena per il settantacinquesimo compleanno della danzatrice. Indimenticabile anche la sua interpretazione, a cinquant’anni, del “Bolero” di Maurice Ravel, su coreografia di Béjart, nel quale la protagonista balla con movenze sensuali sopra ad un tavolo, circondata da un gruppo di danzatori.

Al collasso dell’Unione Sovietica, Plisetskaya lascia il paese per vivere prima in Spagna e poi in Germania. Oltre alla carriera da danzatrice intraprese quella di direttrice artistica, nel 1984 per l’Opera di Roma e dal 1987 al 1989 per il Balletto Nazionale Spagnolo a Madrid.

Numerosissimi sono i premi e riconoscimenti ottenuti tra i quali: Artista del Popolo dell’Unione Sovietica (1959), Premio Anna Pavlova a Parigi (1962), Premio Lenin (1964), Eroe del Lavoro Socialista (1985), Cavaliere della Legion d’Onore in Francia (1986), Laurea alla Sorbona (1987), Medaglia al Servizio per lo Stato Russo (nel 1995 e nel 2000). Dal 1994 è stata presidentessa del concorso internazionale di danza “Maya”.

Dopo una carriera straordinariamente lunga, nel 1989 si ritirò dal Bolshoi dando il via a una serie di spettacoli in suo onore in tutto il mondo. Durante gli ultimi anni di attività come danzatrice, stanca delle voci di corridoio e false informazioni sulla sua vita, decise di scrivere una autobiografia per raccontare il suo punto di vista e le sue sensazioni circa il complesso percorso della carriera, sempre in equilibrio tra amore per l’arte e lotta con il regime sovietico. Dopo tre anni di lavoro per la stesura, l’elaborato fu pubblicato nel 1991 con il titolo “I, Maya Plisetskaya” (tradotto in inglese nel 1994). Viene delineata una vita di scelte difficili e successi professionali per l’icona del balletto classico che ha ballato più di ottocento volte il “Lago dei Cigni” e ha lasciato nella storia del balletto un’interpretazione della morte del cigno, su musica di Camille Saint-Saëns, che resterà leggendaria.

Elena Carrea

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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